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sotto il cielo del messico

2017, messico

Gli scatti che compongono questa serie sono frutto di istanti contemplativi ed estatici caratterizzati da una forte immobilità e fissità del tempo e dello spazio. É come se il fotografo, con queste immagini, volesse riprodurre l’essenza e lo spirito di un luogo che non c’è più, un luogo in cui il segno lasciato dall’uomo è presente e ben riconoscibile, ma mai attuale. A tal punto che, non sembra quasi più essere il luogo come paesaggio il soggetto principale della rappresentazione ma, bensì, il luogo come tempo. Lento, pesante, inanimato.

Per mezzo dell’effetto di una luce potente, forte e predominante, che quasi tutto cancella e annulla, l’occhio del fotografo coglie elementi statici, comuni, quasi marginali, eleggendoli ad ultime ICONE di una vita passata, ormai perduta ma mai dimenticata. Sotto il cielo ardente del Messico, il paesaggio appare lunare, lo spazio delle inquadrature aumenta proporzionalmente alla distanza percorsa e, proprio dove l’uomo rivela la propria assenza, l’architettura del paesaggio mostra una bellezza di forme purissime e scultoree. I soggetti trascendono la loro forma naturale eleggendosi autonomamente a templi destinati all’adorazione di un culto.

Tutto appare bloccato, fermo nel tempo e silenzioso, avvolto da una luce sacra e abbagliante. Il calore è talmente assordante da distruggere tutto ciò che tocca. Qui l’uomo, nonostante sia presente, quasi non si vede ma rimane impresso nella pellicola come un ricordo, un elemento superfluo. Lo si percepisce semplicemente attraverso la presenza delle effimere tracce che ha lasciato al suo passaggio, ai margini delle strade, sulle dune di sabbia, tra i grani aridi della terra.

sotto il cielo del messico

2017, messico

Gli scatti che compongono questa serie sono frutto di istanti contemplativi ed estatici caratterizzati da una forte immobilità e fissità del tempo e dello spazio. É come se il fotografo, con queste immagini, volesse riprodurre l’essenza e lo spirito di un luogo che non c’è più, un luogo in cui il segno lasciato dall’uomo è presente e ben riconoscibile, ma mai attuale. A tal punto che, non sembra quasi più essere il luogo come paesaggio il soggetto principale della rappresentazione ma, bensì, il luogo come tempo. Lento, pesante, inanimato.

Per mezzo dell’effetto di una luce potente, forte e predominante, che quasi tutto cancella e annulla, l’occhio del fotografo coglie elementi statici, comuni, quasi marginali, eleggendoli ad ultime ICONE di una vita passata, ormai perduta ma mai dimenticata. Sotto il cielo ardente del Messico, il paesaggio appare lunare, lo spazio delle inquadrature aumenta proporzionalmente alla distanza percorsa e, proprio dove l’uomo rivela la propria assenza, l’architettura del paesaggio mostra una bellezza di forme purissime e scultoree. I soggetti trascendono la loro forma naturale eleggendosi autonomamente a templi destinati all’adorazione di un culto.

Tutto appare bloccato, fermo nel tempo e silenzioso, avvolto da una luce sacra e abbagliante. Il calore è talmente assordante da distruggere tutto ciò che tocca. Qui l’uomo, nonostante sia presente, quasi non si vede ma rimane impresso nella pellicola come un ricordo, un elemento superfluo. Lo si percepisce semplicemente attraverso la presenza delle effimere tracce che ha lasciato al suo passaggio, ai margini delle strade, sulle dune di sabbia, tra i grani aridi della terra.

Clicca sulle icone in alto a destra per vedere le immagini.

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2017, messico

Gli scatti che compongono questa serie sono frutto di istanti contemplativi ed estatici caratterizzati da una forte immobilità e fissità del tempo e dello spazio. É come se il fotografo, con queste immagini, volesse riprodurre l’essenza e lo spirito di un luogo che non c’è più, un luogo in cui il segno lasciato dall’uomo è presente e ben riconoscibile, ma mai attuale. A tal punto che, non sembra quasi più essere il luogo come paesaggio il soggetto principale della rappresentazione ma, bensì, il luogo come tempo. Lento, pesante, inanimato.

Per mezzo dell’effetto di una luce potente, forte e predominante, che quasi tutto cancella e annulla, l’occhio del fotografo coglie elementi statici, comuni, quasi marginali, eleggendoli ad ultime ICONE di una vita passata, ormai perduta ma mai dimenticata. Sotto il cielo ardente del Messico, il paesaggio appare lunare, lo spazio delle inquadrature aumenta proporzionalmente alla distanza percorsa e, proprio dove l’uomo rivela la propria assenza, l’architettura del paesaggio mostra una bellezza di forme purissime e scultoree. I soggetti trascendono la loro forma naturale eleggendosi autonomamente a templi destinati all’adorazione di un culto.

Tutto appare bloccato, fermo nel tempo e silenzioso, avvolto da una luce sacra e abbagliante. Il calore è talmente assordante da distruggere tutto ciò che tocca. Qui l’uomo, nonostante sia presente, quasi non si vede ma rimane impresso nella pellicola come un ricordo, un elemento superfluo. Lo si percepisce semplicemente attraverso la presenza delle effimere tracce che ha lasciato al suo passaggio, ai margini delle strade, sulle dune di sabbia, tra i grani aridi della terra.

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